mercoledì 21 maggio 2008
O Roma o morte
Pubblico con piacere un post dell'amico Nocei.
Dopo palazzo Chigi il Pdl si impossessa anche del Campidoglio, se sul piano nazionale la vittoria della coalizione di destra era facilmente pronosticabile, nonostante Veltroni pronunciasse a pochi giorni dal voto del 13-14/04 le parole rimonta e vittoria, la salita al Campidoglio, è inutile negarlo ha lasciato tutti di sorpresa. Roma per 15 anni è stata una roccaforte del centrosinistra, anche nella disfatta del 2001 la capitale era stata per l’allora Ulivo motivo di orgoglio, speranza di riscatto nel momento in cui stava per insediarsi il governo malauguratamente più longevo nella storia repubblicana. Roma aveva resistito. Adesso invece il Pd, quello che resta della coalizione uscita vincente nel 2006, può ripartire da Vicenza e dalla provincia di Sondrio, risultati di cui si vantava ieri sera Fioroni, ostinandosi nel voler vedere il bicchiere mezzo pieno in un periodo di siccità.
Tento di spiegare le ragioni della mia sorpresa. Roma negli ultimi anni oltre a essere stata un importante bacino di voti aveva anche fornito al centrosinistra, per ben due tornate elettorali, il candidato premier. Nel 2001 lo sconfitto Rutelli abbandonava il campidoglio con l’ambizione di poter diventare presidente del consiglio, contemporaneamente Walter il buono si candidava alla carica di sindaco della capitale, disinteressandosi completamente della campagna elettorale in corso e venendo quindi meno ai suoi doveri di segretario degli allora democratici di sinistra(notare la presenza della parola sinistra). Oggi 2008 le cose si sono invertite Veltroni, rinvigorito dall’esperienza di sindaco che ha contribuito a rilanciare la sua immagine, si candida per palazzo Chigi da leader del PDI, neonato partito che dopo pochi mesi dalla sua fondazione ha già conseguito due splendidi risultati: ha affossato il già malandato governo Prodi ed estromesso dalla vita parlamentare la sinistra, mentre Rutelli, in questo elegante giro di valzer, si candida per la terza volta a sindaco di Roma(alla faccia del cambiamento). Il modello romano costituiva il fiore all’occhiello per una dirigenza che in questi mesi aveva il difficile compito di far dimenticare agli italiani il governo Prodi, e inspiegabilmente hanno deciso di perdere lo scontro secondo per importanza solo alle politiche. Il PDI nasceva mesi fa proponendosi di cambiare il quadro politico italiano, via Mastella, Dini, i Socialisti e la Sinistra antagonista, si corre da soli recitava la retorica veltroniana, per Roma però fanno un’eccezione candidando forse l’unica personalità che poteva condurli alla sconfitta, Rutelli personaggio che mal si lega con la parola cambiamento visti i suoi passati sette anni come sindaco di Roma, inviso da una buona parte di romani(tanto per citarne una, fu durante la sua amministrazione che presero vita le strisce blu) e visto non bene (cerco di limitarmi) dall’elettorato di sinistra. In più (anomalia tutta romana) gli stessi che non si sono voluti alleare con la sinistra arcobaleno e il partito socialista nelle politiche, che hanno assorbito i radicali non volendo, a eccezione di Di Pietro, altri simboli accanto al loro stilizzato tricolore, oltre ad apparentarsi fin dall’inizio con il partito del tanto citato Tarzan, hanno caricato dalla loro parte tutta quell’infinita galassia di “nanetti” che vanno dagli under 30 ai consumatori, passando per Michele Baldi, Forza Roma e Avanti Lazio. Quest’incoerenza non ha fatto altro che favorire la salita di Alemanno, il quale già poteva avvalersi dell’argomento sicurezza sostenuto purtroppo dalla cronaca di quei giorni. Alle incalzanti polemiche portate avanti dall’ ex ministro dell’agricoltura Rutelli e i suoi rispondevano rispolverando tardivamente la retorica antifascista e pubblicizzando in vario modo il giornale la Padania, i cui brillanti titoli potevano essere finalmente contare su una distribuzione a livello nazionale. Gli ultimi giorni di campagna elettorale i due schieramenti si sono divertiti ad agitare i mostri che potessero coprire le loro malefatte, facendo leva sulle paure diffuse nei rispettivi elettorati, da una parte sembrava che Roma fosse d’improvviso diventata il Bronx, dall’altra (la parte dell’amato Francesco) invece si tentava un parallelo tra lo schieramento del nuovo sindaco e i gerarchi del ventennio, paventando quasi una nuova marcia su Roma. Alla fine forse l’ha avuta vinta chi ha maggiormente spaventato o forse chi ha smosso paure più concrete e attuali. Per concludere a Roma quel che resta della sinistra italiana ha commesso i soliti errori, quelli che Veltroni imputava al defunto governo Prodi, candidando l’impresentabile Rutelli e gestendo malissimo le alleanze e i mezzi d’informazione. Inevitabile la sconfitta, arrivata al ballottaggio, interpretabile come una bocciatura dell’ex sindaco considerando la vittoria alla provincia di Zingaretti e il dato delle nazionali che premiava lo schieramento riformista di Veltroni.
Interessante notare come, dopo quasi un mese dalla sconfitta, tutti i protagonisti della disfatta siano rimasti ancora al loro posto, meno male che il merito, sempre secondo la retorica veltroniana, sarebbe dovuto essere l’unico parametro di valutazione.
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